Perché abbiamo bisogno di Positive News?

Bad news are good news. Good news is no news. No news is bad news

Per chi non lo sapesse, questa è la prima cosa che ti insegnano in qualsiasi corso di giornalismo, insieme a tutta un’altra serie di nozioni che aiutano a definire la notiziabilità di un evento e che includono parametri quali la vicinanza geografica, dettagli (truci e scandalistici) a disposizione, fama delle persone coinvolte. Stando a questi parametri, ad esempio, un omicidio a Milano è molto più notiziabile di una crisi umanitaria dall’altro capo del mondo e il “divorzio” dei Sussex dalla Famiglia Reale, fa più notizia di una ragazza inglese assassinata mentre rientra a casa.

Al di là dei problemi deontologici alla base di questo modus operandi proprio del giornalismo tradizionale, ultimamente mi sono ritrovata spesso a riflettere sul perché i giornali e le trasmissioni televisive riportino solo le cattive notizie: è vero che “good news is no news”?
Indubbiamente conoscere cosa non va nel mondo è necessario per formarci delle opinioni, provare a cambiare, difenderci dalle minacce e, spinti da queste ragioni, siamo proprio noi fruitori di news a cercare e nutrirci prevalentemente di cattive notizie, come emerso da uno studio condotto da Marc Trussler e Stuart Soroka alla McGill University in Canada.
Esiste però un giornalismo diverso che noi abbiamo scoperto quando per la prima volta ci siamo approcciati alle pagine pieno di Positive News, il primo media al mondo a sposare il constructive journalism.
Ma esattamente di cosa stiamo parlando? 

Il termine giornalismo costruttivo o giornalismo delle soluzioni nasce ufficialmente in Danimarca nel 2017, a coniarlo sono la giornalista Cathrine Gyldensted e la ricercatrice universitaria Karen McIntyre.
Questo tipo di giornalismo si basa su un nuovo approccio che pone maggiore attenzione alle soluzioni, piuttosto che ai problemi descritti nei fatti e nelle storie raccontate. Questo modello alternativo di giornalismo nasce proprio dall’esigenza di alcuni professionisti del settore di promuovere un tipo di informazione che, pur rimanendo accurata e, dove necessario, critica e di denuncia, sia in grado di raccontare storie secondo modalità “costruttive”, orientate cioè a mettere in luce soluzioni ai problemi denunciati, sensibilizzando e coinvolgendo i lettori.
Le storie così raccontate diventano spunti preziosi per migliorare la società in cui viviamo, anziché alimentare un senso di insicurezza e apatia come succede con la maggior parte delle bad news. Essere bombardati da notizie negative, infatti, non solo aumenta la percezione del rischio, ma induce anche un senso di frustrazione legato all’impotenza di poter fare qualcosa in merito a quanto stiamo leggendo.

Il giornalismo costruttivo non si limita alla famosa regola delle 5W (Who, What, Where, When, Why), ma si aggiunge un’ulteriore domanda: cosa può essere fatto?
Si tratta, in poche parole, di un modo diverso e possibile di fare del buon giornalismo che, sfuggendo a drammatizzazione e spettacolarizzazioni della realtà, è allo stesso tempo critico sui problemi e propositivo sulle possibili soluzioni, spingendo quindi i lettori al cambiamento.
Non si tratta di riportare solo “belle notizie”, ma di scrivere in modo diverso le brutte notizie per renderci cittadini consapevoli dei reali rischi e problemi e, dunque, meno spaventati, meno manipolabili e più informati.

Se non vi siete mai avvicinati a questo tipo di giornalismo ma siete curiosi di scoprirlo, vi consigliamo di leggere Positive News, lo trovate su Frab’s QUI.

 

 

17 marzo, 2021 — Anna Frabotta

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