Intervista: Robida, quando la rivista fa davvero comunità
Robida (che trovate QUI) è una strana creatura, una rivista un po' italiana e un po' slovena dall'identità apparentemente precaria, eppure solidissima, come sono tutte le cose di confine. Tra le sue pagine scorrono tante anime e tutte fanno capo a un'idea di cultura pura e multidisciplinare che spazia dall'arte alla filosofia, dalla letteratura alla società. Robida, come suggerisce il suo nome che nel dialetto del minuscolo paese di Topolò, dove la rivista nasce, significa "rovi", è un essere vivo che cambia ed evolve e noi, di questa evoluzione, siamo stati spettatori compiacenti vedendo come, un'edizione dopo l'altra, ha assunto sempre più la forma di una rivista ben strutturata, attenta ai contenuti quanto all'estetica. Abbiamo chiesto alla sua redazione di raccontarci qualcosa di più di questo magazine e ci hanno risposto in modo corale e fedele all'anima della rivista stessa, raccontandoci di una rivista che è stata davvero in grado di fare comunità in un posto che rischiava di scomparire, ma anche dando qualche consiglio a chi vuole avvicinarsi al mondo dei magazine indipendenti.

Chi c’è dietro Robida?

Vida: Dietro Robida – che ultimamente ama definirsi collettivo – c’è chi lavora alla rivista Robida (nata nel 2015) e chi invece collabora a tutte le altre attività dell’associazione omonima (nata nel 2017). La redazione della rivista conta 8 persone dai profili molto diversi: ci sono architett*, ma anche illustrator* e grafic*, scrittor* e student*, tutt* tra i venticinque e trentacinque anni. 
Ma dietro Robida c’è soprattutto un luogo: Topolò/Topolove, paese di 22 abitanti in provincia di Udine, situato in montagna al confine con la Slovenia e circondato, come un’isola, da un mare di bosco. Questo luogo non è solo il luogo in cui alcun* di noi vivono – stabilmente, temporaneamente o ciclicamente – ma è anche luogo della nostra ispirazione e delle nostre esplorazioni. 

Lau: Dietro Robida c’è un mosaico di persone, un nucleo variopinto di caratteri, esperienze, percorsi e desideri. C’è un luogo tanto fisico quanto indefinito, un paese, Topolò, che prima di essere raggiunto, scatena la curiosità e la voglia di percorrere centinaia di chilometri, a volte, per viverlo in prima persona. E dietro a tutto questo c’è la volontà di non isolarsi, di far sentire le proprie voci spingendole lontano, il più lontano possibile, attraverso qualsiasi mezzo (non a caso nasce Radio Robida). 

Elena: In concreto, fanno parte della redazione: Vida Rucli (architetta), Maria Moschioni (scout letteraria), Dora Ciccone (problem solver), Elena Rucli (architetta), Aljaž Škrlep (filosofo), Janja Šuśnjar (architetta), Laura Savina (illustratrice).

2 – Come la descrivereste la rivista a chi non vi conosce?

Vida: Robida è un esperimento che si interroga sulle possibilità per i giovani di abitare la montagna in modo contemporaneo, restando immersi nell’attuale ma anche nel luogo che li ospita. È il nostro modo di stare al mondo in questo specifico microcosmo che è Topolò e che sono le Valli del Natisone. Come dice la nostra amica, autrice di Robida, la coreografa romana Marta Olivieri, Robida è (una) postura.
Ogni tema che scegliamo per il nostro numero monografico scaturisce (in qualche modo) da questo specifico contesto nel quale Robida opera: il tema scelto viene poi gettato nel mondo e lasciato alle interpretazioni di tutte quelle autrici e autori che vogliono prendere parte all’open call. Queste interpretazioni servono a noi (in qualche modo) per ri-guardare questo nostro luogo, con una postura diversa. 

Lau: ​​Robida è prima di tutto un modo di essere, uno stato d’animo, un principio di consapevolezza. È la scelta attiva e quotidiana di porre attenzione e cura in primo luogo su noi stess* e poi sul circostante, è un atto reiterato di condivisione, un impegno a non sentirsi sol* nelle proprie riflessioni, un esercizio costante di crescita e scoperta. Robida è un punto di vista fresco e contemporaneo sul tema ancestrale del confine. Ed è anche un modo di porsi nei confronti dell’altr*, inteso non solo come persona altra, ma anche come pensiero, idea, luogo, cogliendo in queste relazioni l’occasione di guardare a sé stess* con occhi diversi. Robida è ascoltare il suono di tante lingue, assaggiare gusti nuovi, è suggerire letture, scambiarsi i vestiti, è raggiungere amici lontani, è abitare case, è inventare letti.

robida magazine

3 – Una delle peculiarità del vostro magazine è che tutti i contributi testuali sono lasciati nella lingua di chi li ha scritti. Come mai e cosa volete comunicare con questa scelta? 
Vida: Robida proviene da un territorio di confine e di minoranza: molt* di noi infatti sono cresciut* in un contesto totalmente bilingue in cui l’italiano e lo sloveno erano le lingue del quotidiano, a partire dall’asilo e dalla scuola elementare. A questa quotidianità della doppia lingua – che appartiene fortemente a tre persone su sette della redazione – si è aggiunto l’inglese, che è forse la lingua più parlata nelle nostre estati a Topolò.
La scelta di pubblicare all’interno di Robida articoli nella lingua scelta da coloro che scrivono ci sembra un bellissimo gesto di inclusione di tutte quelle lingue considerate “minori” solo perché parlate da nazioni piccole, come lo sloveno ad esempio (che è parlato da poco più di 2 milioni di persone) ed è anche una presa di posizione rispetto a un utilizzo sempre più massiccio della sola lingua inglese come “lingua universale”. Questo esperimento, che non è nemmeno un invito per ora, ma un’apertura alla diversità, ha portato in questo ultimo numero a risultati davvero inattesi: c’è chi, come il designer Miguel Teodoro, ha scritto un testo in parte in inglese e in parte in portoghese, mescolando poeticamente le due lingue e chi, come Adele Dipasquale, ha scritto un testo in una lingua usata dai bambini, il farfallino. Includendo il farfallino, questa Robida conta 9 lingue diverse. 

4 – Come avete scelto la tematica del nuovo numero, foresta? 
Maria: Credo si possa dire che, prima di dedicarci interamente al tema della foresta in questo settimo numero, l’avessimo a lungo sfiorato e aggirato. In un certo senso, la foresta era già presente nel nostro primissimo numero sull’abbandono – tema molto vicino al luogo di confine che è Topolò – e vi ci eravamo avvicinat* ulteriormente nel quarto, in cui avevamo esplorato il tema del domestico, inevitabilmente chiamando in causa la sua relazione con il selvatico e il selvaggio. La foresta era, insomma, intorno a noi, non solo fisicamente, ed è naturalmente arrivata quindi la necessità di addentrarci più in profondità alla sua scoperta: cosa definisce la foresta? Cos’è la foresta nella filosofia, nell’arte, nella letteratura? Cosa possiamo apprendere dal mondo delle piante? Come può il mondo umano interagire con i mondi delle piante e degli animali? Com’è influenzata la nostra percezione umana della foresta, troppo spesso vista come una risorsa e quasi cancellata al nostro sguardo? I tantissimi contributi che abbiamo ricevuto in risposta all’open call ci hanno rivelato quanto ci sia da dire su un tema così vasto.

Vida: Con le sue 336 pagine, la rivista è stata concepita come una foresta che può essere esplorata e attraversata. Sfogliarla è quindi come camminare nel bosco, partendo da aree dalla vegetazione rada e proseguendo sempre più in profondità, nell’oscurità della foresta. I contributi sono organizzati seguendo quest’idea: all’inizio incontriamo la foresta dove la la luce arriva ancora a toccare il suolo, dove le parole sono rade come gli alberi. L’atmosfera è leggera e giocosa. Proseguendo nella lettura, iniziamo ad incontrare aree più dense, dove il discorso diventa più spesso, arriviamo a quei boschi dove la luce raramente raggiunge il terreno. L’aria è umida, ci sono licheni, muschi, insetti. Iniziamo lentamente a esplorare ciò che la foresta è per davvero, interpretandone gli spazi e gli abitanti, avvicinandoci a specifici alberi e animali… Il centro della rivista corrisponde alla parte più scura della foresta, dove le parole diventano complesse e le storie a volte inenarrabili: il camminare si fa difficile, le parole sono intricate. Una volta attraversato questo paesaggio denso e oscuro, iniziamo a uscire dalla foresta e il contenuto torna ad essere più leggero e luminoso, dove ogni passo è un passo verso la luce. 
La rivista raccoglie punti di vista sulla foresta molto vari, da testi scientifici a sguardi poetici, da ampi progetti artistici ai più piccoli frammenti, raccoglie parole di espert* sul tema, primi approcci, testi arrivati da molto lontano e altri testi nel dialetto localissimo delle nostre aree. Abbiamo contributi di persone che hanno scritto dagli Stati Uniti, dalla Norvegia, dalla Polonia, dal Brasile, dal Portogallo, dall’Olanda, dal Messico, ma anche dal paese a quattro chilometri da Topolò. Un’umanità molto varia e bella!

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6 – La vostra rivista già si distingueva per l’alta qualità dei suoi contenuti, ma con questo nuovo numero avete fatto un salto di qualità incredibile anche dal punto di vista del design. Ci racconti la storia e l’evoluzione del magazine?

Dora: Il magazine nasce dalle ceneri di un precedente progetto, La Piperita, una rivista che quattro compagne di liceo curavano e che finita la scuola si è lentamente perso. Robida (che in sloveno significa rovo, ovvero una delle prime piante che crescono su un terreno abbandonato, aggressiva e vigorosa) nasce così dal terreno abbandonato de La Piperita, in una maniera estremamente spontanea.

Maria: Da subito abbiamo organizzato ogni numero intorno a una tematica che avesse delle radici in un contesto locale, ma potesse aprirsi a interpretazioni anche astratte e molto differenti tra loro, come appunto abbandono, tema del primo numero. Sempre spontaneamente e molto rapidamente, la redazione dietro alla rivista si è allargata, e così anche gli obiettivi del gruppo.

Vida: La collaborazione con Francesca Lucchitta, la grafica di questo settimo numero (e anche del prossimo), è stata per noi sorprendente! Quando abbiamo invitato Francesca a collaborare in realtà non la conoscevamo ancora e sapevamo poco del suo lavoro di grafica: ci era chiaro fin dall’inizio invece che avesse una grande affinità sia con il tema della foresta che con il luogo nel quale viviamo e che per noi è di così grande ispirazione. Quello che è avvenuto dopo non è soltanto una bellissima collaborazione nella forma di Robida 7 ma anche una grande amicizia che avrà sicuramente lunga vita!

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7 – Come mai investire sulla carta stampata oggi?

Vida: Oltre alla bellezza dello sfogliare, del lasciare la rivista aperto sul tavolo, passarci a fianco e riprenderla un altro giorno, penso che la rivista (o in generale la carta stampata) sia anche il pretesto per incontri, sia un oggetto che donato/imprestato/condiviso/consegnato apre a conoscenze e rapporti. Con una rivista fatta tutta in digitale l’elemento relazionale mancherebbe del tutto. E credo che specialmente per noi che viviamo in qualche modo abbastanza isolat* (almeno alcun* di noi), avere l’occasione, attraverso la rivista, di aprirsi alle relazioni è una delle cose più arricchenti.

Maria: È vero che la scelta della carta stampata oggi è una scelta forte, e credo lo diventerà sempre di più – specialmente nel contesto attuale, in cui, tra l’altro, si comincia a parlare anche dell’impronta carbonica del settore editoriale… Robida è nata come una rivista stampata, e sin dall’inizio, l’aspetto grafico ha ricoperto un ruolo fondamentale del progetto: ogni numero, infatti, interpreta il tema anche attraverso la grafica e attraverso la stampa. Il numero sulla foresta è forse l’esempio migliore, concepito anche concretamente e attraverso la scelta dei colori della carta come un percorso attraverso il bosco. La sua natura di oggetto grafico è, dunque, parte integrante del contenuto della rivista e della sua natura di progetto; ciononostante, anche nel caso di tirature limitate come quelle di Robida, è sicuramente importante investire sulla carta stampata con una consapevolezza che ci proponiamo di continuare ad accrescere.

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8 – Che consigli daresti a chi vuole pubblicare una rivista indipendente?

Vida: di capire quale sia la necessità intima per la quale si inizia un progetto e di essere costante e paziente: "non fermarti al numero 0 o 1, le cose mettono del tempo a maturare!"

Dora: Rimani indipendente quanto puoi.

Elena: Lottare per essere una rivista indipendente ti fa capire quando sia sopravvalutata la libertà. È difficile e richiede costanza, sforzo, sacrifici ma rende pienamente consapevoli e orgoglios* del risultato. E forse questo è ciò che conta.

Lau: trova una tipografia di fiducia!

Maria: Una rivista nasce e cresce attraverso il gruppo di persone che ci lavorano e naturalmente che la leggono, quindi circondati di persone con comuni intenti e competenze diverse e prenditi cura dei tuoi lettori!

9 – Qual è il futuro di Robida? 

Vida: Questa è una domanda particolarmente entusiasmante che ci poniamo anche noi quasi quotidianamente! Ho l’impressione che Robida – non solo la rivista, tutto il progetto – stia fiorendo! Il 2021 per noi è stato un anno abbastanza sorprendente, con bellissime nuove collaborazioni, incontri e pensieri di futuri condivisi. Abbiamo l’open call per l’ottavo numero in corso – dedicato al tema dell’isola – e non vediamo l’ora di tuffarci nei contributi ricevuti! C’è un progetto abbastanza grande in corso che presenteremo a maggio alla Biennale di Design di Ljubljana (BIO27). Ospiteremo in residenza a Topolò 6 artist*, designer e architett* questa primavera. Lavoreremo a una o forse due nuove pubblicazioni e continueremo i nostri progetti radiofonici. 

Dora: Ci troviamo in una fase transitoria, con tante novità ed energie. Un progetto nato spontaneamente tra un gruppo di amic* sta assumendo ora caratteri nuovi, un po’ più seri e adulti, all’interno del gruppo si creano strutture che assomigliano a quelle di un mondo lavorativo ma sopravvive l’entusiasmo che unisce ancora questi giovani adulti che intanto crescono assieme e che vedono in questo progetto una costante alla quale non vogliono rinunciare.

Elena: Forse aggiungerei che in questa fase di nuovi progetti/amicizie/relazioni si sta veramente creando un qualcosa a Topolò che “va avanti da sola”, nel senso che le energie di persone da fuori stanno muovendo questo progetto tanto quanto nasce dal nostro volere. È qualcosa di comunitario, più di quanto ci saremmo immaginat*.

10 – Raccontateci qualcosa sul nuovo numero e sulla nuova open call

Vida: Il 15 gennaio si chiude l’open call per l’ottavo numero di Robida, che sarà interamente dedicato al tema dell'isola. Desideriamo raccogliere contributi che non parlino solo concretamente di isole ma che interpretino anche tutte quelle parole chiave che definiscono la speciale geografia che è l’isola. Cerchiamo testi, immagini, fotografie, progetti, riflessioni personali o scritti dal tono accademico che trattino di ciò che è sconosciuto, incagliato, naufragato, isolato. Testi che narrino utopie, mondi nuovi, esplorazioni, sogni e odissee o che interpretino l’abbandono, il desiderio, lo sprofondare, la nostalgia, la piccolezza.

Lau: A differenza delle altre, quest’ultima open call nasce in un contesto per noi speciale: per la prima volta tutta la redazione è riuscita a trascorrere una settimana insieme, in un luogo meraviglioso dal nome tanto evocativo come Izola, in Slovenia. Qui ci siamo incotrat* ogni mattina per interrogarci e confrontarci sul nuovo tema, tanto diverso dai precedenti quanto affascinante. Abbiamo giocato con parole e concetti, circondat* dalle foto di Guglielmo Giomi dedicate alla sua personale ricerca sull’Isola d’Elba. Quello che trovate online sul nostro sito è il distillato di quei giorni, una mappa concettuale fluida, sempre diversa, aperta e flessibile, di cui tutt* sono invitati a modificare la struttura e ampliarne i confini.

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08 gennaio, 2022 — Anna Frabotta
Tag: interviste

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